Autore: Vivì Coppola

 

Nella terra magica di Faerie, una giovane giumenta bianca correva disperatamente, nel tentativo di sfuggire ai suoi inseguitori. Galoppava dando il massimo, ma avvertiva di essere ormai al limite delle forze, e che il peso che le gravava in grembo, le impediva di mettere una distanza di sicurezza tra lei e le creature maligne che la inseguivano.

La sua fatica, insieme all’istinto, le suggerivano di non poter resistere ancora per molto ma anche che, se avesse continuato a quel modo, correva seriamente il rischio di perdere il suo piccolo.

In cuor suo, la giumenta, era consapevole che se disgraziatamente quella gravidanza non fosse stata portata a termine non ci sarebbe stato più alcun futuro. Infatti, sia lei che la creatura custodita nel suo grembo erano gli ultimi esemplari della sua mitica razza.

La giumenta apparteneva alla prodigiosa stirpe degli unicorni, creature al servizio della magia bianca e in stretta collaborazione con le fate.

Degli unicorni si sapeva che fossero creature timide, schive, che non si lasciavano avvicinare dagli esseri viventi ed evitavano in tutti i modi di venire a contatto con il genere umano. Nello stesso tempo si trattava di creature forti, dal fisico possente e resistenti a ogni fatica.

Il candido pelo, insieme al lungo corno a torciglione che spiccava sulla loro fronte, erano stati per secoli erroneamente creduti in possesso di proprietà magiche e per questo motivo l’unicorno era stato soggetto a una caccia spietata e, col passare del tempo, la mitica razza era arrivata a contare poche decine di esemplari.

Per quanto ne sapeva la femmina, il suo piccolo, anche se fosse nato, avrebbe corso il serio rischio di non trovare mai una compagna per mettere su famiglia.

Ma questo pensiero non avrebbe impedito alla giovane mamma di cercare di salvare in tutti i modi il suo cucciolo. Non avrebbe mai permesso che fosse catturato e che venisse trasformato in una di quelle creature alate, nere come la pece e malvagie che si vedevano sfrecciare nel cielo, montate da creature del male e di conseguenza, infettate e maligne anch’esse.

Piuttosto che farlo cadere nelle mani sbagliate, la giumenta era disposta anche a sacrificare la sua creatura, facendola precipitare nel limbo del nulla. Un luogo senza tempo, dove tutto era sommerso dalla nebbia eterna, dove non esisteva la realtà, ma nemmeno i sogni, dove non esisteva il futuro.

Una fitta lancinante le trapassò in quell’istante il ventre, lasciandola senza fiato. La giumenta capì che era arrivato il momento; quella corsa a perdifiato aveva anticipato il travaglio e lei doveva al più presto trovare un rifugio.

Tuttavia, l’ultima doglia, le aveva fatto perdere terreno e ora si trovava a poca distanza dagli inseguitori, tanto, che le pareva quasi di sentirne il fiato sul collo. Osò dare una sbirciata dietro, e fu proprio in quel momento che una delle creature malvagie riuscì a sfiorarla, ne intravide appena la sagoma terrificante. Non avvertì dolore al tocco, forse non si accorse nemmeno di essere stata colpita, nei suoi occhi sbarrati, vibrò un terrore senza pari.

Ma quello stesso terrore le mise le ali alle zampe, e con un ultimo balzo in avanti assai possente, accelerò le falcate e corse, corse come non mai nella sua vita, abbandonandosi alle spalle lo strepito degli inseguitori.

L’incontro con la silfide

Era riuscita a lasciarsi dietro tutte quella cacofonia di urla selvagge, ma doveva trovare assolutamente un riparo per poter partorire al sicuro.

Era molto giovane, al suo primo parto, per questo motivo del tutto inesperta, e molto spaventata, oltre che stremata.

Arrivata ai margini di una foresta, vi si addentrò senza indugio, anche se sapeva che in quella selva, fitta di rovi e di felci, poteva anche nascondersi qualche belva affamata in attesa di una preda.

I fianchi dell’unicorno sussultarono con un tremito convulso, mentre si aggirava sempre più trafelata in cerca di un rifugio.

All’improvviso avvertì qualcosa d’indefinibile nell’aria; tese i sensi allo spasimo e dilatò le froge annusando e guardandosi intorno attentamente. Il bosco, la natura sembravano immobile, come in attesa di qualche evento straordinario. Nessun richiamo e nessun fruscio, nemmeno un alito di vento a smuovere le fronde.

Infine capì quello che aveva appena percepito era un canto dolcissimo, una melodia, un richiamo, un invito allettante.

Ormai al limite delle forze si arrese e, come attirata da fili invisibili, si trovò costretta a seguire la scia di quella nenia dolcissima.

Fino a che la vide: un’altra creatura magica, della stessa magia benefica nella quale era avvolta lei, un’eterea silfide. Leggiadra, talmente diafana da poter sembrare quasi evanescente e dalle movenze aggraziate e ipnotiche, che la invitavano ad avvicinarsi.

«Vieni con me. Seguimi.» cantavano le note della melodia, mentre le labbra della silfide rimanevano dischiuse in un sorriso dolcissimo.

Era un invito a cui la giumenta non seppe resistere e, in modo remissivo, seguì l’incantevole creatura.

In pochi minuti si trovarono in un posto incantato. L’acqua del ruscello scorreva così quietamente da provocare appena un suono argentino, e un leggero fruscio; refoli gentili di vento facevano stormire le fronde e cullavano nell’aria, facendole danzare, tante spore dorate.

Presa dalla malia del luogo, l’unicorno per un attimo dimenticò le doglie, quindi si stese su un fianco. In quel momento il suo istinto le suggeriva come quello fosse un ottimo posto per partorire.

La graziosa fanciulla, di nome Chrisell, le s’avvicinò e con le mani minute cominciò a carezzarla, cercando di lenire le sue sofferenze.

La femmina fu assalita da una fitta atroce, era ormai vicinissima al parto e in preda a una forte emozione iniziò a tremare in modo convulso. Eppure bastava la vicinanza della silfide, le mani delicate e il canto appena appena sussurrato per portarle un po’ di sollievo, un po’ di conforto.

Almeno non era sola ad affrontare quel drammatico momento.

La natura fece il suo corso moltiplicando le contrazioni e rendendo sempre più affannoso il respiro della partoriente che serrò gli occhi cercando di spingere con tutte le sue forze, e all’ennesima contrazione, finalmente il piccolo venne alla luce. La silfide lo accolse amorevolmente tra le sue mani.

Seppur esausta, la madre guardò la giovane che l’aveva assistita con gratitudine, poi sollevando il collo, si protese con le labbra vellutate a leccare il suo cucciolo, ripulendolo amorevolmente. Quindi iniziò a sospingerlo con delicatezza, dandogli piccoli colpetti col muso, e stimolandolo così ad alzarsi.

Rabbrividendo, il piccolo, cercò di sollevarsi sulle vacillanti ed esili zampette, e dopo svariati tentativi e tentennamenti, finalmente riuscì a rimanere con orgoglio ritto sulle zampette, tese spasmodicamente sul terreno.

La madre lo guardò con uno sguardo già velato, ma soddisfatta di aver messo al mondo quel piccolo così sano, così vispo e così bello. Poi, scambiò un’ultima occhiata con la silfide e nel suo sguardo si poteva leggere una accorata preghiera.

Chrisell annuì in quel suo modo soave, continuando ad accarezzare la giumenta, fino a quando con un ultimo sospiro, la magica creatura morì.

La silfide ne sfiorò con tenerezza il muso vellutato, quindi rivolse la sua attenzione all’orfano; come avrebbe fatto a mantenere la muta promessa appena fatta?

Per lei non era possibile, non era naturale accudire il piccolo. Chi si sarebbe occupato di lui ora?

Il puledro abbassò il musetto in cerca delle mammelle della madre e non trovando il liquido caldo e zuccherino a cui tanto aspirava, emise un gemito sommesso.

La giovane dovette costringere il piccolo a staccarsi, strappandolo a viva forza dal corpo senza vita della giumenta. Ma lui non voleva saperne di allontanarsi dall’odore così rassicurante del corpo, impresso nelle sue froge sin dai primi attimi di vita.

La diafana creatura si vide costretta a domandare l’aiuto delle sorelle. Intonò quindi il suo richiamo con un canto melodioso, che si espanse subito nell’aria e che, trasportato sulle ali del vento, raggiunse le altre silfidi.

La radura in cui era avvenuto il parto venne avvolta in un turbinio improvviso di foglie, petali e pulviscolo dorato, mentre Chrisell e il neonato unicorno assistettero alla comparsa di un gruppo di silfidi.

L’aria si colmò delle voci argentine delle magiche creature e subito fu un intreccio di sussurri e di risatine, mentre le ragazzine volteggiavano graziosamente intorno a Chrisell e al suo protetto.

«Che è accaduto Chrisell?» fu la muta domanda di Shaila, quella che sembrava più anziana, intanto che rivolgeva uno sguardo colmo di malinconia verso il corpo esanime della giumenta.

«Si è appena conclusa una terrificante disgrazia, come puoi ben vedere da te.» rispose la giovane rispondendo con lo stesso linguaggio muto. «Ma ora mi occorre il vostro aiuto, sorelle.  Ho promesso alla madre che non avrei abbandonato il suo piccolo e adesso non so come fare. Datemi un consiglio, vi prego!»

«Occorre innanzitutto trovare una balia per questa creatura, altrimenti morirà di fame. Quando avremo risolto questo, discuteremo quello che sarà meglio per lui.» rispose Shaila, con tono assennato.

Chrisell tirò un sospiro di sollievo. Essendosi ritrovata completamente sola ad affrontare quell’emergenza, le ultime ore era state colme di ansia e inquietudine per lei. Ma adesso finalmente poteva rilassarsi perché le sue sorelle l’avrebbero aiutata a risolvere quel grosso problema.

Per fortuna il bosco era colmo di creature che avevano da poco partorito e per silfidi non fu difficile trovare una balia per il piccolo.

Shaila scelse una cerva dagli occhi dolci e dal temperamento mite. L’avvicinò nel momento in cui la giovane madre stava allattando il suo cerbiatto e con il suo fare soave la convinse a nutrire anche il piccolo orfano.

Il neonato esitò solo un istante, poi, appena le minuscole froge si colmarono dell’invitante odore di latte, s’attaccò, suggendo voracemente.

Un incantesimo

 Chrisell volgeva il suo sguardo preoccupato al puledro; si era accorta sin dai primi momenti di vita che era stato contagiato dal sangue materno. Evidentemente, la giumenta, presa com’era dall’impeto della precipitosa fuga, non si era accorta di essere stata ferita da una delle sinistre creature.

Ogni abitante del mondo fatato, conosceva bene quali terribili conseguenze derivavano dai graffi inferti dagli artigli avvelenati degli esseri oscuri. La madre del piccolo, se si fosse avveduta della ferita, avrebbe sacrificato di sicuro la sua vita e quella del suo cucciolo pur di non spargere altro male nel mondo.

La silfide cercava disperatamente una soluzione, doveva trovarla, e prima che le sue sorelle scoprissero la verità, altrimenti il piccolo unicorno sarebbe stato condannato a morire.

“Come fare?” Quella domanda era diventata un’ossessione per l’eterea ragazza. Doveva trovare una soluzione. Si sentiva in obbligo di farlo perché, oltre a essersi affezionata al cucciolo, aveva anche promesso a sua madre che avrebbe badato a lui.

Il pensiero della fata del verde, sempre gentile e disponibile, nonché prodiga di buoni consigli, le balenò nella mente, e si affrettò a raggiungerla nella sua dimora abituale, con il puledro al seguito.

«Qual buon vento ti porta da me, Chrisell?» le domandò in tono dolce la Signora del bosco.

«Sono qui per chiedere un consiglio, fata Silvestre.»

«So che si tratta dell’unicorno e mi dispiace doverti dire che il suo destino è segnato.»

La silfide rabbrividì. Quella risposta le colmò l’animo d’apprensione e presagi funesti. Le visioni di morte e desolazione si moltiplicarono nella sua mente.

«Vuoi dire che è condannato a morire?» riuscii a balbettare appena il terrificante dubbio.

Fata Silvestre annuì: «Lo vedi da te che è stato ferito e sai anche che il veleno inoculato dagli artigli maligni non lasciano scampo.»

Gli occhi di Chrisell si inondarono di lacrime.

«Ma non è giusto! È così piccolo e indifeso e non ha nessuna colpa. Tu hai il potere della magia bianca tra le mani, e se vuoi, puoi aiutarlo.»

La fata del bosco guardò indulgente l’esile figura di donna, che con passione e determinazione perorava la causa del piccolo cercando di salvarlo. Fu assalita da un moto di tenerezza e sorrise dolcemente mentre le diceva:

«Io non ho l’autorità necessaria per interferire con ciò che è stato scritto nel libro del destino. Tuttavia, posso cercare di fare in modo che lo stesso si compia, tentando di limitarne i danni.»

“Una risposta sibillina degna di una fata maggiore” pensò la silfide, che però rimase in silenzio e in rispettosa attesa.

Silvestre sorrise. Dal momento stesso in cui aveva visto arrivare l’eterea creatura, con al seguito il puledro, aveva iniziato ad arrovellarsi per cercare una soluzione adeguata e forse adesso l’aveva trovata.

«Mia piccola Chrisell» iniziò a dire con tono materno «So che non lasceresti mai il luogo magico in cui sei nata a cuor leggero, tuttavia, credo proprio che se desideri veramente salvare questo cucciolo di unicorno, tu ti debba sacrificare.»

La silfide sgranò gli occhi, stupita e impaurita. Quale sacrificio le avrebbe chiesto la fata?

«Mi hai chiesto di aiutarti e non trovo altra soluzione che proporti di accompagnare il piccolo nel mondo degli umani, dove credo possa avere inizio una nuova vita senza correre altri pericoli.»

Silvestre lasciò che Chrisell assimilasse il concetto appena esposto, ma la silfide continuava a rimanere immobile come basita da quell’idea.

Allora continuò: «Se sei disposta ad assumerti questo onere, naturalmente dovrò compiere un incantesimo che nasconda a tutti le caratteristiche della sua razza, compreso il corno sulla sua fronte e la sua natura magica. E ovviamente, anche il piccolo dovrà ignorare il fatto di essere stato un unicorno, quindi, dal momento stesso che pronuncerò la formula dell’incantesimo, egli perderà non solo la memoria di quello che è stato, ma perderà inoltre qualsiasi istinto che possa rammentarglielo in qualche modo. Per cui adesso ti chiedo Chrisell, sei disposta ad affrontare tutte le responsabilità che un simile viaggio prevedono?»

Il colorito della silfide, già di per sé abbastanza pallido, divenne terreo mentre la timida creatura dei boschi ritrovava appena il modo di rispondere:

«Il mondo degli umani? Io…non mi sono mai mossa da qui. Non ho mai…lasciato questo bosco e le mie sorelle! Il mondo degli umani è così…alieno, così…lontano! Come farò ad arrivarci?»

Il cuore di Silvestre palpitò dall’emozione. L’atteggiamento timido e schivo della silfide la inteneriva e se avesse potuto non l’avrebbe certo costretta a un tale sacrificio.

«Stai tranquilla! Aprirò per voi un varco, dal quale vi sarà possibile il passaggio dal mondo arcano, a quello del genere umano. Quando riterrai di aver trovato la persona giusta che si possa occupare del piccolo, potrai fare ritorno nel nostro mondo.»

Chrisell emise un sospiro quasi di rassegnazione e la fata le sorrise.

«Non devi temere, cara. Vedrai, non sarà difficile trovare una persona fidata. Inoltre, ti accompagnerò io stessa al varco, e mi troverai lì ad attenderti al tuo ritorno.»

Lo sguardo della giovane si posò con ansia dapprima sul puledro, quindi tornò sulla fata, e tirato un altro grosso respiro di rassegnazione, annuì.

«Va bene, andrò. E ti prometto che farò del mio meglio per portare a termine il compito che mi hai affidato.»

«Brava Chrisell! E io sono sicura che ci riuscirai!»

Fata Silvestre non perse tempo e si concentrò, posando le mani sul candido collo dell’unicorno, quindi mormorò la sua formula magica.

L’incantesimo ebbe effetto immediato; il piccolo corno a torciglione cominciò a ritrarsi fino a sparire, la lunga criniera perse la sua lucidità e s’accorciò sfoltendosi, così come la superba e ricca coda, che si ridusse a un misero spolverino. Del mitico e bellissimo unicorno rimase solo il pelo candido, ma la fata affermò decisa, che ben presto anche quel candore sarebbe scomparso, per lasciare il posto a un manto nerissimo.

«Ora il tuo piccolo amico è diventato agli occhi di tutti un cavallino. Ed è un compito molto delicato quello che dovrai assolvere ora.  Conducilo sulla terra, e scegli con attenzione la persona che in futuro se ne dovrà occupare. Il destino di questo puledro dipenderà dalla tua scelta.»

«Cercherò di valutare bene prima di decidere.» esclamò con fervore la giovane.

«Allora posso procedere. Sei pronta ad affrontare il viaggio?»

Il cuore della silfide prese a battere in modo convulso. Il momento tanto temuto era arrivato.

Deglutì a vuoto, mentre rispondeva: «Sono pronta!»

Se anche rivelò una piccola esitazione, Silvestre non diede segno di essersene accorta.

«Bene!» disse, socchiudendo gli occhi e mormorando alcune parole misteriose.

Subito dopo, nel cielo limpidissimo, fece la sua repentina comparsa un ponte iridato, che si estendeva davanti a loro e all’infinito fino all’orizzonte.

La donna più anziana prese per un braccio l’esile creatura. Chrisell posò con delicatezza una mano sul collo del piccolo unicorno, che se ne stava docilmente in attesa accanto a loro.  Quindi, mantenendo la promessa, la fata li accompagnò, attraverso l’arcobaleno, sino al portale che si era spalancato e che permetteva il passaggio tra i due differenti mondi.

La giovane ebbe la sensazione di camminare sulle nuvole e sorrise, lieta delle sensazioni percepite. L’incredibile, magico sentiero, aveva una consistenza morbida sotto i suoi piedini nudi, e lei, ormai ammaliata dalla spettacolarità dell’evento, riusciva a vedere il mondo sottostante attraverso la trasparenza e l’iridescenza dei colori acquarello.

Camminarono per qualche minuto immersi nel silenzio maestoso della natura, rotto solo dal sibilo del vento.

Il varco si stagliò all’improvviso, sempre più vicino e minaccioso e Chrisell lo guardò con apprensione; quell’enorme antro oscuro, le apparve simile alle   fauci spalancate di un gigante.

La fata si avvide dell’esitazione della silfide e le sorrise per esortarla a varcare la soglia.

«Coraggio! Non è così terribile come sembra. È una questione di attimi e fatti pochi passi ti ritroverai dall’altra parte. Vai…il portale non rimarrà aperto a lungo.»

«E se rimanessi prigioniera di là?» domandò, sgranando gli occhi, quasi fulminata dalla terrificante prospettiva.

«Stai tranquilla! Non accadrà se smetti di agitarti e di rimandare l’ingresso. Il portale si chiuderà dopo il tuo passaggio, ma basterà che tu mi mandi un messaggio mentale quando avrai svolto la missione e vorrai tornare.»
L’esile fanciulla emise un sospiro profondo, quindi si congedò ringraziando:

«Io e il piccolo ti siamo profondamente grati.»
«È stato fortunato a incontrare te! Ti deve la vita due volte. E ora vai! Al tuo ritorno mi ritroverai qui, come promesso. Che la luce della pace illumini sempre i sentieri della tua vita, Chrisell!»

«E anche i tuoi! Arrivederci, fata del bosco!»

continua…

Elydor, l’unicorno nero (2° parte)

La scelta

Appena superata la fatidica soglia, la silfide venne inghiottita dall’oscurità in cui il misterioso antro era immerso.

Il transito attraverso il varco, non fu particolarmente traumatico, mentre il piccolo, forse, non si rese nemmeno conto di quello che accadeva intorno a lui.

Fata Silvestre aveva ragione: il tragitto durò soltanto una manciata di secondi, comunque lunghi come una vita intera per Chrisell, che avanzò con passo tentennante, intimorita dall’ignoto che incombeva e la circondava come fosse una cappa glaciale, mentre si aspettava di venire aggredita da un momento all’altro da qualche creatura mostruosa. Ma, per fortuna, i suoi timori rimasero infondati e in breve i due furono fuori da quell’incubo.

Quando arrivò sulla terra, la diafana fanciulla emise un profondo sospiro di sollievo e si mise subito alla ricerca di un rifugio sicuro, dove poter lasciare in tutta tranquillità il puledro.

«Stai tranquillo, tornerò presto!» gli sussurrò, accarezzandolo sul muso vellutato, ma ancora incredula per quella trasformazione che aveva del sensazionale. Avrebbe sfidato chiunque a riconoscere in quel cavallino, uno degli ultimi unicorni esistenti.

“Eppure il manto si mantiene morbido!” rifletté, facendo scorrere più volte il palmo della mano sui fianchi già poderosi del piccolo.

Li sentì fremere sotto il suo tocco e per un attimo compianse l’amaro destino di quella magica creatura costretta dal male a ignorare per tutta la vita la vera natura della sua essenza. Sarebbe stato obbligato per sempre a vivere in una condizione e in un ambiente che non erano i suoi.

Perlomeno, rifletté Chrisell, in quest’altra dimensione il puledro era al sicuro e aveva salva la vita. E il veleno? La fata del bosco se n’era forse dimenticata? No, di certo! Che sciocca! Il veleno trasmesso con il sangue della madre, era stato di sicuro neutralizzato con l’incantesimo. Se lo augurò di cuore per il cucciolo, quindi, cercò di scacciare quel pensiero molesto e si mise alla ricerca della persona giusta.

Non poteva prevedere la piccola silfide quale destino crudele attendeva il suo protetto.

Aveva trovato una baracca dall’apparenza fatiscente e sicuramente abbandonata, dove avrebbe potuto lasciare il piccolo al riparo mentre lei esplorava quel mondo sconosciuto e alieno.

A Chrisell parve che il tempo trascorresse in modo molto veloce e assai diverso in quella dimensione terrena. A volte si soffermava ad ammirare le bellezze che la circondavano, pensando che alcune analogie vi erano di certo, tuttavia, rispetto al suo mondo, quello in cui si trovava era senza dubbio più caotico.

Ebbe inizio una ricerca sistematica che la vide attraversare montagne, laghi e distese sterminate. Il suo non si poteva definire un classico viaggio effettuato fisicamente e con enorme dispendio di energie, tuttavia si trattava comunque di lunghe e approfondite escursioni mentali, durante le quali la giovane si stancava ugualmente.

Quando aveva accettato l’incarico dalla fata Silvestre, non immaginava certo che sarebbe stato così gravoso e nemmeno che sarebbe stata la somma dei casi, per così dire fortuiti, a stabilire che la strada del piccolo unicorno e quella di Mark, il giovane sul quale sarebbe caduta la sua scelta, s’incrociassero.

Nel momento stesso che vide il ragazzo, la silfide intuì che quella era la persona giusta. Non seppe spiegarsene il motivo ma tra lei e quell’essere umano intercorse subito una forte empatia.

«Chi sei?» le domandò il giovane squadrando la figura sin troppo snella di quella fanciulla dai lunghi capelli corvini e la pelle candida come il latte apparsa all’improvviso, come dal nulla.

Chrisell si sentì arrossire sotto lo sguardo indagatore di quel giovane aitante.

La veste impalpabile che lei indossava, celava a malapena le forme acerbe eppure femminili e un refolo di vento assai dispettoso, le gonfiava e le sollevava i lembi della sottana mettendo a nudo le lunghe gambe affusolate idonee alla danza.

Mark seguì con attenzione i movimenti della veste e la silfide faticò non poco per combattere la volubilità della brezza.

«Mi chiamo Chrisell.» gli rispose, cercando di riportare l’attenzione del giovane altrove e tentando d’instaurare un dialogo.

Il tentativo le riuscì, perché ora Mark la guardava negli occhi. «I tuoi occhi sono splendidi. Hanno lo stesso colore di un lago di montagna o quello verde smeraldo di un prato a primavera.» sussurrò, ammaliato dallo sguardo di lei.

Le lunghe ciglia di Chrisell palpitarono e s’abbassarono, nascondendo al ragazzo la confusione e il compiacimento derivati dal complimento. Che cosa le stava accadendo? Mai si era sentita così imbarazzata. Eppure, quel giovane dallo sguardo immenso e glaciale, per la chiarezza delle iridi, e dal ciuffo ribelle e ricciuto, le piaceva in un modo che le faceva battere forte il cuore nel petto e le sconvolgeva i pensieri.

Mark sorrise, lui stesso imbarazzato. Fino a quel momento non aveva mai trovato il coraggio di parlare così a una coetanea. Nessuna tra le tante che conosceva, lo aveva mai stimolato o invogliato a dialogare, mentre Chrisell lo incuriosiva a tal punto da desiderare di saperne qualcosa in più: «Da dove vieni? Non ti ho mai vista da queste parti.»

Lei fece una graziosa piroetta e lui la guardò stupito.

«Sei una ballerina!» affermò ammirato.

Chrisell imprecò contro se stessa per non essere riuscita a contrastare il suo istinto. Ma come avrebbe potuto? La danza era nel Dna delle silfidi, considerate da molti come le danzatrici ieratiche dei boschi.

Per cui, quando affermò: «Sì, hai visto giusto. Sono una ballerina.», non si sentì per nulla in colpa per quella piccola distorsione della verità.

Quasi senza nemmeno rendersene conto, i due si avviarono insieme e, camminando, parlarono, parlarono senza mai fermarsi. A un certo punto si trovarono con le mani allacciate, ridendo e scherzando come due vecchi amici.

Mark si ritrovò innamorato all’istante di quella ragazza così diafana, così dolce e così argentina e, a Chrisell, accadde la stessa cosa. Tuttavia, la silfide, fu consapevole sin dal primo momento che quello non era un amore possibile, ben presto avrebbe fatto ritorno nella sua dimensione e lei e Mark non si sarebbero più rivisti.

Ma per il momento avrebbe potuto godersi ogni istante di quel bellissimo e dolce incontro.

La silfide raccontò di avere rinvenuto il cavallino presso il corpo inanimato della giumenta, morta in seguito a un parto assai travagliato. Il ragazzo si mostrò subito interessato alla sorte del puledro e chiese di poterlo vedere.

In cuor suo Chrisell poté ritenersi soddisfatta. Ancora una volta, l’istinto che l’aveva guidata verso quel ragazzo, si era rivelato giusto. Mark le aveva ispirato tanta simpatia e fiducia, sin dal primo momento in cui l’aveva visto e, considerato l’amore che aveva per i cavalli, sembrava la persona più adatta a prendersi cura del piccolo orfano.

I due passarono ancora un po’ di ore insieme, poi Chrisell, seppure a malincuore, decise che era arrivato il tempo di ritornare.

Era sicura di avere fatto la scelta giusta. Per l’unicorno sarebbe iniziata una nuova vita e con Mark sarebbe stato in buone mani.

Si congedò dal giovane con un lungo e appassionato abbraccio, senza peraltro confessargli che non si sarebbero più rivisti, quindi abbandonò in punta di piedi, così come vi era entrata, il mondo degli umani.

Una nuova vita

Mark lavorava come stalliere presso una grande tenuta in cui si allevavano cavalli da corsa. Il padrone, un uomo facoltoso, commerciava nella loro compravendita.

Il ragazzo pensava di essere stato fortunato nel trovare quel lavoro che gli piaceva molto e che gli permetteva di passare intere giornate a contatto con i suoi amici animali.

Amava i cavalli; aveva sempre pensato che non esistesse animale più intelligente e più fiero.

Metteva una cura estrema nell’occuparsene; passava ore a strigliarli, parlando e sussurrando loro paroline dolci, in modo particolare a quelli più scontrosi, avvezzi a fare continue bizze. Inoltre, non faceva mai mancare a nessuno qualche piccola leccornia: una mela succosa, uno zuccherino, una carota, e loro lo ripagavano con una devozione senza pari.

Quando il ragazzo entrava nelle stalle zufolando un motivetto allegro, rizzavano le orecchie, scalpitando nell’attesa di una carezza, o di un’attenzione, quindi li accompagnava fuori, nei grandi recinti costruiti appositamente per l’addestramento e il loro svago.

Proprio come accadde quel mattino.

Stava conducendo per le briglie uno degli ultimi cavalli, quando la sua attenzione fu attirata da un nitrito sommesso.

Si volse e rimase stupito; quel puledro era nuovo, non l’aveva mai visto prima.

Il ricordo del magico incontro con la silfide l’aveva relegato in un angolo della mente e del cuore disgiungendolo dal ricordo del cavallino affidatogli da lei. Quell’evento si era dissolto come neve al sole, senza nemmeno che il ragazzo se ne rendesse conto.

Il puledro non aveva certo un bell’aspetto, basso e tozzo come era. Sembrava più un cavallo da tiro, che da corsa. E già quel particolare gli parve strano. Dubitava che il padrone delle scuderie potesse aver portato a termine un acquisto così maldestro.

Eppure Mark si avvicinò con premura al cavallino, che appena lo vide lo guardò, spalancandogli in viso i suoi occhioni miti.

Da dove sei arrivato? Domandò tra sé. Sono sicuro che ieri sera non c’eri! E nemmeno nelle stalle quando ho iniziato il mio turno. Chi ti ha portato? Non certo il padrone! Concluse. Non avrebbe mai voluto nelle sue stalle un esemplare così goffo e sgraziato!

Il ragazzo decise che avrebbe indagato appena avesse avuto tempo, e che per il momento, quel cavallino aveva solo bisogno di una bella strigliata. Lo rinchiuse quindi con gli altri puledri, e continuò la sua giornata di lavoro.

Il piccolo era stato accolto dagli altri cavalli, dapprima con stupore, poi con la massima diffidenza. L’incantesimo al quale era stato sottoposto, aveva effetto solo sugli umani e sulle creature del male; gli animali continuavano a vederlo come un magnifico puledro di unicorno, così come in effetti era.

E diffidavano tutti, sia della sua bellezza, che del magnifico corno, che già spiccava come un piccolo baluardo sulla sua fronte.

Dopo pochi minuti, Mark, armato di secchio e di spazzola, iniziò a strigliare il manto grigio topo del cavallino, prendendo a parlargli dolcemente, così com’era sua abitudine fare.

«Ehi, piccolo ce l’hai un nome? No? Allora bisogna rimediare! Vediamo… uhm… Ricordo che un giorno lessi una fiaba che parlava di un magnifico stallone bianco. Si chiamava Elydor. Naturalmente, tu sei l’esatto contrario di lui, ma sono sicuro che saprai portare quel nome con altrettanta fierezza.»

Il ragazzo s’avvide immediatamente, sin dalle prime strigliate, che in quel puledro vi era qualcosa di strano. Mentre passava il guanto su uno dei fianchi, avvertì al tatto una piccola depressione che non avrebbe dovuto esserci.

“Cosa può essere? Forse una cicatrice. Ma che strano!” E quando trovò la stessa depressione nel punto corrispondente, sull’altro fianco, si fermò interdetto.

“La stessa identica ferita! Com’è possibile?” In quel momento, la cosa risultò essere un mistero insolubile, quindi scrollate le spalle, continuò il suo lavoro. Tuttavia, ebbe la stessa, identica sensazione nel momento in cui la sua mano scontrò una piccola protuberanza molto dura sulla fronte. Mark, che non vedeva nulla di anomalo, passò e ripassò la mano sulla testa di Elydor, ma dovette rinunciare a capire e anche quello rimase un mistero inesplicabile.

«Chi sei tu, cavallino? O meglio, cosa sei?» domandò, piazzandosi decisamente davanti al puledro.

Quegli occhi lo turbarono. Oltre ad avere un bel colore ambrato, erano enormi, liquidi e sostenevano lo sguardo di Mark con altrettanta intensità.

Il giovane si mosse a disagio: quegli occhi parlavano, trasmettevano una forte, inspiegabile emozione e sembravano rispondere:

Non so cosa sono. Ma so cosa vorrei essere. Uno stallone magnifico e volare sulle ali del vento.

Scosso dalla strampalata sensazione, Mark sorrise nervosamente. Aveva sempre intuito al volo ogni desiderio, ogni bisogno dei cavalli a lui affidati, ma era la prima volta in assoluto, che aveva l’impressione di udire risuonare la voce di uno di loro nella sua mente.

Cercò di riscuotersi dalla strana malia che lo aveva preso, dandosi dello sciocco. Distolse lo sguardo e, in silenzio, riprese a strigliare quel manto con lena.

Dopo un po’, fece il suo inaspettato arrivo il padrone della tenuta, il quale con decisione si diresse verso i recinti.

«Ehilà, ragazzo! Che mi racconti di nuovo?»

“Chissà perché si ostina a chiamarmi ragazzo ignorando il mio nome”, pensò con lieve disappunto Mark.

«Buongiorno signore!» salutò, mostrando comunque indifferenza e rispetto verso il proprietario. «Durante la sua assenza, sono nati due magnifici puledri.»

«Bene! Bene!» ripeté l’uomo soddisfatto, carezzando il manto pomellato dello stallone che Mark stava strigliando. «Magnifico esemplare!» esclamò con orgoglio, quindi proseguì: «Appena finito questo lavoro me li mostrerai.»

«Ma… ecco, signore. Riguardo invece quel puledro grigio… volevo dirle…»

«Di quale puledro grigio stai parlando?»

«Quello arrivato stamattina, signore!»

«Stai vaneggiando ragazzo? Oltre i due nati durante la mia assenza ne è arrivato un altro? E chi lo avrebbe portato?»

Il giovane spalancò uno sguardo meravigliato sul suo datore di lavoro: «Come, lei non sa nulla?»

«Insomma!» sbottò spazientito l’uomo «Giochiamo agli indovinelli? Fammi vedere questo puledro!»

Mark indicò il recinto dove venivano raccolti tutti i nuovi nati e le loro madri. «L’ho messo nel recinto, insieme agli altri signore, ma ho notato che è rimasto in disparte per tutto il tempo» disse, scortando il padrone visibilmente contrariato.

«Non ci posso credere! Da dove è venuto quel… quell’ asino!» sbraitò l’uomo livido di rabbia «Chi l’ha portato qua?» continuò, non osando nemmeno avvicinarsi al puledro mite e solitario, come se provasse estremo ribrezzo.

Investito dall’improvviso scatto d’ira, Mark riuscì appena a balbettare una risposta:

«No… no signore! È brutto certo, ma non è… un asino! E io l’ho trovato qui stamattina.»

«Ma cos’è uno scherzo, forse? O mi stai prendendo in giro?»

«Io… Non ne so nulla!» si discolpò il ragazzo sempre più confuso.

«Non sai nulla, eh? E chi dovrebbe saperlo? Sei tu il responsabile di queste stalle!»

lo accusò, ormai furibondo l’uomo.

Mark, intimidito indietreggiò, quasi che temesse di venire aggredito. Ma non accadde. Il padrone strinse i pugni e contrasse la mascella, dominandosi: «Allora, senti bene quello che ti dico! Quel… somaro deve sparire dalle mie stalle. Non è ammissibile che quella stupida bestia divida il box con i miei campioni purosangue. Deve ritornare nella stalla fetida dalla quale è venuto. Non voglio più vederlo qui! Mai più! Siamo intesi?»

Quell’ingiusta esplosione di collera servì solo a mortificare ulteriormente il giovane stalliere che se ne rimase immobile e del tutto incapace di reagire.

Non era mai stato sgridato, anzi, per la verità era anche la prima volta che veniva ripreso da quando lavorava lì, e in quel momento decise che quella, sarebbe stata anche l’ultima.

«Va bene, signore.» riuscì a mormorare, quindi, sotto lo sguardo truce dell’uomo, si diresse a testa bassa verso il puledro e afferratolo per la cavezza, lo guidò fuori dalla tenuta.

«Cosa ne faccio di te ora? Dove ti porto?» domandò Mark più a se stesso che al cavallino.

Tienimi con te, ragazzo! Non so proprio dove potrei andare.

Il giovane stalliere s’immobilizzò pietrificato. Aveva udito realmente quella voce che bisbigliava nella sua mente o era uno scherzo dovuto ai suoi nervi tesi?

Si guardò intorno alla ricerca di una spiegazione plausibile, ma i dintorni era deserti e non tirava nemmeno un refolo di vento che potesse giustificare l’insolita sensazione appena provata.

Allora tornò a scrutare il piccolo e si smarrì nuovamente in quello sguardo liquido e oltremodo mite.

«Davvero non so cosa fare con te. Il padrone si è sbrigato presto a dire che non ti vuole più vedere. Ora il problema è tutto mio. Dove ti porto?»

E ancora una volta una voce si fece largo tra i suoi cupi pensieri.

Tienimi con te. Non ti darò fastidio. Sono buono e ubbidirò a tutti i tuoi comandi. Non mi abbandonare per la strada, ti prego!

Esterrefatto da quanto stava accadendo, Mark spalancò la bocca:

«Non ci posso credere … tu… tu parli?»

Parlare? No, ragazzo! Io non posso parlare. Però ti posso capire, così come tu capisci me. È proprio così che comunichiamo, per un’intesa reciproca.

«No! Sto solo vagheggiando! Non è possibile una cosa del genere!»

Tienimi con te! ripeté Elydor con accento tremulo Sarò anche molto brutto, ma sono forte e, soprattutto, sono buono.

«Ma allora non sto sognando! Questo è un prodigio! Noi due ci intendiamo davvero!» esclamò con tono entusiasta il giovane stalliere.

Sì! Noi due ci intendiamo e diventeremo grandi amici se rimarremo insieme. rimarcò il cavallino.

Mark esitò. La gioia appena provata per quella sensazionale scoperta passò in fretta. Ora non sapeva che fare. Prese a passeggiare nervosamente attorno al puledro; ogni pochi passi si fermava squadrandolo, si grattava la testa confuso, quindi riprendeva a camminargli intorno, sinché infine sbottò:

«Ma dove ti metto? Hai sentito il padrone? Non ti vuole più vedere!» esclamò afflitto.

Ora si trovava in stato confusionale; era combattuto tra la pena che provava e l’ordine del padrone che gli imponeva di farlo sparire. Elydor sembrò percepirne il disagio, poiché se ne stava quieto ad aspettare che prendesse la sua decisione.

Dopo aver fatto parecchi giri inutili attorno al cavallino, finalmente il ragazzo si fermò:

«Siamo d’accordo! Ma solo per qualche giorno, però! Non posso rischiare di perdere questo lavoro e se ti scoprissero ancora qui, non oso pensare alla reazione del padrone. Ti porterò nelle vecchie stalle, quelle in fondo alla tenuta. Sono abbandonate da tempo e credo che per un po’ potresti stare tranquillo. Poi decideremo il da farsi.»

Sei un bravo ragazzo! Sapevo che non mi avresti abbandonato.

«E speriamo che non debba mai pentirmene, Elydor!»

Mark sistemò il nuovo amico in una delle vecchie scuderie in disuso, gli procurò la biada, dell’acqua fresca e dopo averlo accudito, si allontanò.

«Ci vediamo domani. Fai il bravo, ti prego!» disse e il puledro lo salutò con un sommesso nitrito.

Continua…

 

 

 

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