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Alberi. Quale colore più acceso
delle vostre chiome d’autunno. Foglie
cirenee d’un’attesa che è sempre
morte, con impresso nella mente il
vissuto d’una stagione che è per i
più un assiomatico richiamo alla
ridondante essenza fatta di
carnoso ruggire, di quacchera
rugiada, di vento che tutto sa e
tutto porta con sé, ma è la signoria
d’una stagione. Solo una stagione di
nascite, di frulli d’ala, di
cardiopalmi recanti metastatico
amore, necessario desiderio.
Che v’è ora di tutta quella polpa?
Dell’invidia che suscitavate,
appena qualche mese prima,
nell’animo intossicato di chi
ha il dorso fiaccato dall’esistenza
come le reni di un mulo. Non siete
fatti per dolorare, per cedere
alle manate perfide e angustianti
del demonio che umilia la vostra
fibra, che addita il vostro malpelo.
Dipinge ad olio paesaggi
d’incanto, schernendo il rutilo dei
vostri capelli costringendovi in
primo piano come bestie da circo,
con i piedi incatenati in una
terra grigia, caustica, infeconda.
Voi, alberi, votati al sacerdozio
e testimoni di un culto fatto
di amplessi, del frinire delle
cicale che fanno le fusa a ciò
che poco dopo sarà più barbaro
e meschino e perverso. Dopo
avervi ubriacato, fatto danzare
nel sole, resi folli dal tepore
che vi avvampa l’utero, che vi
disincaglia la linfa da tutto ciò
che non sia fervore e incanto. Chi
vi amava vi ha abbandonato.
Ora con le vostre braccia smorte,
dementi, gridate nella pioggia
gelida di questa stagione che vi
reprime le parole. Non componete
più sinfonie come quando attraversati
da un ozioso garbino ostentavate
per chi udiva, melodie che galeotte
corroboravano fallaci passioni.
Non siete diversi da me: anche voi
ben ancorati ad una terra velenosa,
avete pronto il vostro sepolcro
in cielo. La vostra agonia è
plateale, anche se vi passano
accanto distrattamente, senza
patemi. Invocate una scure, un
rogo, qualcosa che renda la vostra
maestà che ha sfidato per secoli
la supremazia dei pleniluni, un
cumulo mesto di putrescenza.
Passerà anche questa stagione d’odio,
di dissidenza, passerà la berta
di questo rigore che vi ha sferzato
ed esacerbato di anno in anno,
rendendo il respiro della primavera
una concessione patibolare,
renderà più cauta anche se
necessaria ogni vostra passione,
poiché ritornerà ogni anno
l’inverno dalle notti interminabili,
col piglio severo di chi ci ricorda
chi siamo. Alberi: costretti a
vedere la civiltà spegnersi.
Imbavagliati testimoni di tutta
questa decadenza. Alberi della
scienza, pronti a farsi maledire
mille volte, pronti ad ospitare
tra gli antichi nocchi, groppi di
serpi tentatrici, aquiloni
dimenticati di bambini che si
sono smarriti nella caligine
angustiante e siderale.

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