QUADERNO POETICO poesia I

Ci sarà un posto nell’Universo

in cui chi è depresso troverà sulle

fronde frutti di luce che melati

e salvifici rinfranchino lo scuro

orrido che brucia. La landa caustica,

là dove prima si estendeva a

perdita d’occhio il Santo crisma

ubertoso della loro anima

che ora è minato, è infecondo,

è tiglioso, coltiva a morte.

Intorno un magredo dove i

predoni battono il passo,

accendono fuochi aggranchiti e

foschi che crepitando, lanciano

bramiti e si nascondono con in

pugno micidiali armi temprate

nell’indifferenza.  Ci sarà un posto

nell’ Universo dove chi è oppresso

possa giungere ad un pinnacolo

e guardare il cielo al crepuscolo,

con i suoi campi di pervinca,

trovando nel suicidio del volo un

ameno momento di conforto, per

giungere su di una strada ferrata, tra

le campagne, ad una terra dove ci

sarà conforto e aria gentile

e pianti di rivalsa. Ci sarà un

posto nell’Universo dove il mosto

rimarrà mosto, a San Martino si

vendemmierà il sangue del Redentore,

le pecore azzanneranno i lupi

e l’uomo ritroverà il suo equilibrio,

nell’aspra gravina ventosa dell’anima,

dove le ombre del passato giocano

crudeli con il feticcio esanime

di un aureo futuro.

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IL DIRITTO DI ESSERE ANGELI

Devo trovare la forza che non ho,

rendere un piccolo soffio un urlo

che rumoreggia tra lividi di seta

smorta. Devo trovare la vita nella

roccia dilavata di un pianto antico,

che rende la mia pelle cerea e

smorta un brolo in fiore che palpita,

straboccante di vita, a dispetto

del mio respiro sfranto e pesante.

Temo l’amore che belluino mi

bracca nelle sere autunnali. Si

divincola dall’oblio che lo segrega

per ritornare a quando avevamo

piegato la realtà d’una sera

in cui l’iconoclastico vento,

l’acqua con le sue ondine e il

volto cinereo dei palazzi

hanno ceduto ai nostri voleri.

Ci hanno lasciato soli e nudi

anche se intabarrati, hanno

rispettato i nostri silenzi, senza

che uomo o gatto o pensiero

ordinario passassero, neanche

andando rasente i muri. Che

Iddio abbia voluto tutto ciò per

renderci poi una carne sola,

indivisibili nelle ere. Abbia

voluto tra le brutture di una

civiltà raminga, tenerci legati

e abbracciati e fusi in un bacio

che sapesse di accalmia e burrasca

di crucci e gaudi. Che profumasse

della tua pelle e delle mie lacrime.

Devo recuperare nello strazio

del cuore, nella pegola che mi

osserva da lontano, intimidita

dall’alabarda del mio spirito, con

occhi rapaci, i sorrisi che spesso

pesano più d’un carico che stritola

le giunzioni. Poiché io presto esisterò,

partorito dall’alvo di un sogno

materico, non sarò così frale

da dover stare in un nido irto

di lame, da rifuggire le ombre.

Quindi mi stenderò in una sagoma

d’angelo che porterà consiglio, che

regalerà al crepuscolo stracci

di nubi indaco strascicandole

come coperte nel mezzo del cielo.

Per darti conforto imbottiglierà

polvere di stelle; mi infiltrerò

nell’umido dei tuoi composti deliri,

coprendoti gli occhi con mani

evanescenti e sfilate da simulacro

che attende nell’attimo dell’eternità

la preghiera lieve che lo sollevi

dalla sua dannazione.

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Quando gli angeli dormono

Autore: Ignazio Pinna

Quando gli angeli dormono
storditi dalle note, tristi,
di un gemente,
lontano pianoforte,
di buio si coprono le strade
e di nebbia diventano i percorsi
a confondere, umide, le idee…

Quando gli angeli dormono,
t’aggrappi a quelle note
che saltellano tra i sogni,
risvegliando anche i ricordi
che si perdono nel buio…

Quando gli angeli dormono
e par che pianga anche il violino,
vorresti bussole, le luci,
ed attendi che quel faro
volga presto al tuo orizzonte…

Quando gli angeli dormono,
è perché…
ché tocca a te
a dover spingerti oltre il buio,
caricarti d’emozioni…

Quando gli angeli dormono,
v’è da ridestarsi,
facendolo da se…
oppure dormi, triste, insieme a loro.

Ignazio Pinna – Agosto 2017

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