HomeDIALOGHI COL VENTO    Accedi

Lascio che il vento mi parli, che mi seduca con le sue fragranze antiche, avellate da un passato siderale, immollato nelle voci meste di senescenti pestilenze, di stracci smessi, di stracche spoglie, di foie inibite. Fiata di ciò che ancora non è stato, dell’usta che ha l’obito, nel buffo rezzo che come un piccolo fiato macabro impedisce il sonno, e ancora favella di tifoni, di trombe marine. Assicura distruzione; uragani di guerra, turbini e vortici di piombo, vampe velenifere, correnti di aborrimento, burrasche atomiche; ventate truci che sviliscono le musiche soavi, ischeletriscono le locuzioni mutandole in ferini imperativi. Fronti d’aria che ingozzano lo sfasciume dei tradimenti, imberciando la speme umana con la schiatta di droidi traviati. Mi scaglio contro la barricata di questa fibra brada. Nel mio rugghio si scerne animale impulso. Non mi avranno come non avranno il falco, l’aquila e l’avvoltoio. Intanto miliziani scaltri lumeggiano, cabalando loquele di pace dall’alto di logge ieratiche.

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