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Autore: Leonardo Joseph Caputo Adimari

Sono un uomo di terra. Ignaro

delle profondità marine,

delle impareggiabili ventosità

che si accendono con accessi di

furia, di schianto sciabordante, di soffi

spasmodici, parossismi, pressioni,

muri scagliati nel vuoto, lesure

e ferite autoinflitte che lacere

si chiudono nelle fosse, brontidi,

frastuono e poi cavalloni, spatolate

di onde forzate e traslate, tonfi,

grattacieli di turbini, rabbia,

nevrosi millenaria, bazzesche lance

ghiacciate, schiumanti crobili d’acqua

infarcita di vita fluttuante,

minore, relativizzata, stordita

dal trascinamento dei maremoti,

dall’universale segreto dei flutti,

eccitata dall’erotica e

infingarda natura della luna,

che si rotola nello speculo

dell’acqua per cercare se stessa,

perdendo sangue d’argento fuso e

sfrigolante, che intarsia il piumacolo

di ondine leggere di ansimi,

di orgasmi dondolanti nel buio.

Ricerco, con lo sguardo crudo del sangue

che mi filtra scuro e truce di vendetta

nei visceri caldi, la forza rurale

della pietra incastrata a secco

con il favore unico della biuta

e del senso del possesso fratricida.

La torba acida che rincalza i

piedi solidi delle piante da frutto,

temprate dall’affannarsi delle

tramontane, dalle mani umide

dello scirocco, dallo stordimento

dell’ostro che appesantisce i pomi

in un trionfo di melliflua, zuccherina e

liquefa carne molle che rende pazzi

l’insetti frugivori, inasprisce

la loro truce natura, in danze

da appestati per rovinare, sfiniti,

nell’abbraccio assassino e lieve

delle brezze pomeridiane. Si

carica l’aria di caccole d’oro

e di polvere, per la follia nomade

dei cavalli che con i nervi tesi

la rincorrono in un moto continuo,

pavidi e felici della loro

natura e del passo granitico

del loro zoccolo nudo, con i

puledri che caracollano in cerchio,

le giumente domate dal pungolo

e della frusta degli uomini di

scuderia, che esausti le sferzano.

E ancora, pulviscolo che cortina

i fossati vermigli carichi di

alghe e di dinastie di libellule,

di rane boschive e di erba vescica.

I prati che prima erano degli

infimi orridi pantani, ora

lussureggiano lucidi di grassa

abbondanza, d’erba scapigliata e

arzigogolata, di anarchica

cicoria, di bianchi soffioni che urlano

al microcosmo i loro semi

benedetti dal vento. Denti di

leone che, grezzi e pelosi,

troneggiano ombriaci sulle processioni

di formiche alate, che rinnovano

le loro promesse alla dea madre.

Ancora, stagni che nascono e

muoiono di vita, gonfi di tifa,

di mazze d’acqua che borbottano

facendo paravento alle nebbie,

ninfee pallide ondeggianti ed

incerte che celano la rana

braccata dal falco. E poi, casupole,

casermoni quadrati che un tempo

erano zeppi di figli, scricchiolano

come gli anni artritici che si

muovono con bastoni nerboruti

all’unisono, con i vecchi pastori

e le loro mogli canute e curve

come graffe ossute. I fienili,

dai tetti sfondati dalle nevi

pesanti degli infiniti inverni,

indossano uno scialle d’edera

velenosa, crocevia di insetti

fulgidi con ali enormi e addomi

pingui, da cattivi volatori. Sono

un uomo di terra, che ha male

agli occhi quando incontra lo

sfavillio ostinato e insistente

delle luci della città, che enorme

e stretta implode di suoni stridenti,

sterili, si legano a quadriglie

di boati, sirene e grida che

scandalizzano il rigore notturno

del cielo ingemmato di stelle.

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