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Tra tetti aguzzi — 1 commento

  1. Recensione della Dott.ssa Cinzia Baldazzi

    L’uomo rimasto a vegliare è più labile e sottile della brezza mattutina, quasi le «gocce che rimbalzano / nel buio» imperlassero la fronte delle donne addormentate al chiuso, al sicuro, al caldo: quindi, le minuscole sfere d’acqua si appiattiscono, per rinforzarli, ai «muri e saliscendi» destinati a «gettarsi» sull’«asfalto» indifferente. Ciononostante, se il protagonista, manifestandosi, pronuncia “parole” silenziose oltre il sopraggiungere dell’alba, ecco l’ “erosione” tra i «viottoli stanchi», nei versi di Pasquale Rea Martino: il consumarsi dei giorni dall’aurora al tramonto è il compagno di una volta, nascosto in un profondo serbatoio taciturno dove, senza affogare o scolorire l’inchiostro, una mano conduceva la penna sullo spazio nitido della carta intatta, poggiata su «pietre squadrate a formar scacchiere»: a scrivere poesie.
    Tuttavia, «abbaini attenti / alla valle che discende a picco», compongono, magari, l’atlante di un libro o la «scacchiera» di un pavimento, riempito di zone bianche libere e zone nere occupate: quando la luce solare è diffusa, cerco di associarmi al clima suggestivo in cui il «paese» è immerso, avvertendo ancora e materializzando la necessità di uscire dalla sua tranquilla e protettiva clausura notturna, così da godere della festa celebrata dal sole della chiarezza, assumendo un pubblico impegno morale e operativo dinanzi al «mercato attento e variegato / umano» del reale. Un analogo trasferimento utopico, completato dall’autore di “Tra tetti aguzzi” – dal pensiero muto al cuore del vero, modificata nella misura di uno specchio, in un guardingo evolversi dei fenomeni – «porge» un sorriso, favorito dal suo Io narrante il quale, pur situandosi all’esterno, pone tra la realtà e sé un filtro in grado di allargarsi in elementi inflessionali tangibili, tra porticati appuntiti e dimore spoglie e pietrose.
    La poetica novecentesca dei Crepuscolari ha lamentato, nelle elegie, la cosalità perduta e i relativi paradigmi in procinto di smarrirsi davanti a un’area speculare, simili a fiori abbandonati ad appassire in un vaso: un “esemplare” di micro-ambito, con la prerogativa di raccoglierli (come ogni superficie riflettente raduna i tratti della nostra figura) solo falsificandoli e inducendoli a scomparire: perché, remoti dalla base generativa, è l’unica opportunità di farli riconoscere. «In isolamento assoluto», spiega il filosofo danese Louis Hjelmslev, «nessun segno ha significato»: ipotizzando esso fosse «vago», in un’ottica tradizionale, non lo «conserveremo, procedendo, senza un’analisi più precisa». 1
    Per buona sorte di noi lettori, il “cristallo riflesso” di Rea Martino asciuga quelle lacrime oggettive e varca, nel quotidiano, il “domani”, comunicando nulla di inderogabile e imbarazzante, ma esplicito, forse intonando un canto di preghiera emblematica nel lungo procedere del tempo incastrato in «tetti aguzzi e case brulle / piccole piazze e cisternola”. Questa natura paesaggistica è invitata a partecipare a uno status concentrato, nei decenni del secolo passato, nella metamorfosi di un sogno, non però nel genere delle avanguardie letterarie di Corrado Govoni dove i rami del mandorlo bianco si cambiavano nei capelli grigi delle madri, delle vecchine dei nostri versi con il «basto e la fascina». Piuttosto, Pasquale Rea Martino osserva e trasmette la realtà illustrata non accorgendosi di delinearla “sognandola” in quanto segnale di una felicità anteriore e inesaurita, poiché, adesso, incontrando ore afflitte, vive nella continua attesa di un viaggio, non confuso, bensì guidato dallo scopo di custodire segreti liberatòri e fede indulgente.
    Di nuovo alla sera, «in piazza», i versi, nel suscitare personalità umanissime, lasciano comunque circolare «astruse e sagome / puntute», con il vento imperante a provare a spazzarle via: nondimeno, emergono accenti vicini a un ispirarsi montaliano assai familiare al modus operandi di Rea Martino, nell’imporsi, dunque, un meditare dedicato all’«ombra della Cattedrale». Cito in proposito il commento di Oreste Macrì sulla celebre “Arsenio” di Eugenio Montale, tenendo a mente come, nel capolavoro, l’ambiente sia marino: il testo, inserito negli “Ossi di seppia” del 1928, racconta il pessimismo, nella vicenda del protagonista, controfigura dell’autore. Il personaggio è in procinto di intraprendere un “viaggio” durante una tremenda tempesta, e l’impresa acquista l’obiettivo – fallito – di raggiungere «un’altra orbita», o un movimento rivelatorio e salvifico da accordare al senso globale dell’essere. Nell’uniformità dei processi e sistemi qui trapelati, il critico Macrì decifra «una persuasione finale dell’anima, ma non risoluzione degli eventi per se stessi. Insomma, una sensazione epica, non lirica».2
    Intanto il tempo, la storia, una volta, «abbeverava / l’animale, un asinello», e così, nell’opera “Tra tetti aguzzi”, condividiamo l’avvenire immediato accogliendo gli attimi assorbiti, le risposte e la reciprocità degli oggetti in apparenza inorganici. Poi, in chiusura, sento prevalere, in chiave misteriosa, il richiamo a un’ulteriore esistenza non trascinata da quel «vento» capace di disperdere il contesto circostante oscuro e alterato. Percepisco, d’altronde, l’evocarsi di un microcosmo ospite di dimensioni individuali, indebolite nel moltiplicarsi oltre l’orizzonte della notte precisato dall’aurora, eppure adatto a catturare l’interesse sulla propria esperienza: con «guglie» all’altezza di pungere il cielo in un’ansiosa domanda sorretta da tanti parametri divenuti, per chi li utilizza o li interpreta sotto la specie di totem privati, l’enunciarsi di una vita non ossessiva, aperta invece a esiti imprevisti.
    Ha ragione Rea Martino: l’autentico linguaggio delle metafore e metonimie non elabora una simbologia condizionata; al contrario, crea atmosfere dove sono le cose a esprimersi, strette al progredire indicato, non inerte e aleatorio, nell’azione sempre chiaro, accurato e severo. Soprattutto nell’immagine del «mercato attento e variegato / umano» e sorridente, rintraccio una significazione insieme infantile e matura della natura, al di là del limitato arco mortale, con ciò non ridotta a un’istanza superiore e inappellabile.
    Per gli uomini, inquieti e desiderosi di salvezza, infatti, il soffio violento che sbatte gli indumenti bagnati sulle facciate delle «case brulle», sulle «piccole piazze», riprenderà nell’aria l’integrità dovuta e la risonanza intima della musica delle origini, quando le campane della Cattedrale, d’un tratto, suoneranno con un timbro mai ascoltato, non generato da un meccanismo automatico, ma da un libero comando, il nostro, mentre riecheggia nel verso cadenzato e solenne.

    NOTE
    1) Louis Hjelmslev, “I fondamenti della teoria del linguaggio”, Torino, Einaudi, 1968, p.50 (trad. Giulio C. Lepschy)
    2) Oreste Macrì, da “Esemplari del sentimento poetico contemporaneo”, Firenze, 1940, cit. in Giacinto Spagnoletti, “Poeti del’900”, Milano,Mondadori, 1952, p.229

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