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 casa sul fiume

Leggiamo insieme questi splendidi versi di Nunzio Buono:

a cura di Cinzia Baldazzi

 

LA CASA SUL FIUME

di Nunzio Buono

Del fiume

c’è un passo tra le foglie

e una voce di vento tra i rami

nell’odore del mattino

Da qui il silenzio

ha raccolto la vita

raccontata

tra la nebbia

che rada si leva il fiato d’estate

C’era la luna

ora in tasca al giorno

impressa negli occhi di un ricordo

mi guardo

e ascolto il riflesso del tempo

che dalle imposte socchiuse mi giunge.

Nel freddo di un sole

che tarda a venire.

 

IL MIO COMMENTO

“Del fiume/… una voce di vento tra i rami/…impressa negli occhi di un ricordo/… nel freddo di un sole/che tarda a venire…”. Eppure, Nunzio, per fortuna da tempo – o meglio: in un dilazionato “riflesso del tempo” – la luce schiarisce il tono romantico del tuo, del nostro “pensiero dominante”.

E già, ecco una preziosa occasione per “giocare in casa”, nella tua casa sul fiume, con il consueto entusiasmo, ma in compagnia di rilievi e manifestazioni poetiche molto familiari. Approfittando della trama analogica dei versi, prima di approdare sulla sponda opposta – sempre si intenda toccarla – ritengo opportuno distinguere i princìpi di genere in grado di incontrarsi, rinnovati nel presente, con tematiche e indagini critiche di carattere romantico.

Il movimento della civiltà in Occidente, evoluto tra ‘700 inoltrato e metà ‘800, suppongo non abbia potuto superare o trascendere il complesso che lo ha ospitato, a livello di mode, programmi, scuole teoriche, trattati di stile, in linea con qualsiasi esito di pensiero possibile e immaginabile nei termini di quest’analisi: tuttavia l’intera tendenza, dallo Sturm und Drang a Manzoni, nella lirica da Foscolo a Leopardi, ha promosso, potenziandola, la virtù essenziale di adottare la poesia per cambiare il mondo. Come? Non accettandone l’autorità morale delle regole, travolti nella sofferenza, nel rifiuto dell’ipocrisia, nella paura della scomparsa fisica e dell’abbandono: di conseguenza, lo studioso ne assimila o discute la validità di criterio in periodi storici differenziati (magari eterogenei o discordanti) anche disseminati qua e là in pieno Novecento, giungendo sino all’attualità. In un orizzonte di giudizio affine, intellettuali e letterati che, ristrutturandola, ricalcano un’impronta spirituale inerente, convivono in un’atmosfera culturale di matrice romantica, benché guidati da preferenze stilistiche disparate e itinerari inediti rispetto al repertorio accolto.

“Negli anni dei ricordi”, dichiara Nunzio Buono in un altro testo, Quando sei qui e non ci sei, “fermerò l’istante negli occhi/delle tue fotografie e le farò parlare/nelle stanze di parole”. Numerose correnti contemporanee agiscono, infatti, in un’area parallela (eletta a rete coerente di espressività), lasciando trapelare la memoria, emblematica, a immobilizzare emozioni e pensieri, indotti a nuovo respiro.

Le frasi del componimento ammoniscono: “Da qui il silenzio/ha raccolto la vita/raccontata/tra la nebbia/che rada si leva il fiato d’estate”. Forse non è così sorprendente constatare quanto tale propensione – condivisa – a migliorare nella poesia almeno una valenza dell’oggettività ostile, coincida con un’attitudine di epoche anteriori all’800 (ad esempio, Dante nella Divina Commedia con la sua lingua, in seguito traslata in chiave nazionale nei Promessi sposi); e per svilupparne le proprietà particolari delle figure siamo persuasi, nel diradarla, a tagliare la nebbia densa e ravvicinata di senso indefinito, aleatorio o fuorviante, associato a ipotesi prioritarie del discorso. Senza approfondire i molteplici significati organici alla parola romantic in Europa dal tardo Seicento, accogliendone l’eredità italiana è pertanto conveniente stabilire che la valuteremo simbolo di dialogo artistico dinamico, anzi urgente, lontani dalla trappola di vago rapimento o leggerezza sentimentale, tipici di un clima specifico, purtroppo non di rado confuso con ragioni genuine e non falsificate a posteriori.

Gran parte di voi, scrivendo, spera si instauri nel lettore un intervallo inatteso tra inizio e chiusura delle strofe, un fervore all’altezza di trasformare, con generosità, il precedente stato d’animo. Grazie a un profondo scambio dialettico, nascono e si riproducono – certamente – fiumi di rime, avvalendosi di analogie raffinate, suscitando inquietudine, pronostici delusi, desideri spontanei e speranze messe a tacere: fallendo il compito di illustrare e tradurre la realtà con armonia dopo la pagina, se lo spettacolo offerto si limita, in sostanza, a raccontarla.

L’ispirazione tramandata nel Romanticismo, invece, entra nelle immagini, non le contempla: riesce così a invocare un appello eversivo al dolore e al male accanto al timore soffocante che la felicità si sospenda, calandone saggezza e pulsioni istintive in metafore di stile e contenuto unificati, tra loro consolidati in rigore ed equilibrio. A essere sincera, considero un simile profilo del concepire l’arte un’eventualità perfetta in efficacia o bellezza: il suo pensiero dominante. Le opere ospitate nell’antologia, protese (all’interno di interventi di parola diseguali) a intrecciarsi in un rapporto di continua ripresa, mi hanno intrigato e condotto nello spessore semantico di icone e personificazioni non comuni. Una capacità di narrare equivalente, è chiaro, gode della massima libertà di verifica: nella misura in cui, poniamo, fosse trascinata da una spinta utopica non interessata a distruggere alcunché dei presupposti, allora – può essere – lotterebbe per riportare la precarietà dei fenomeni del vivere in un quadro permanente, la morte in distensione eterna. E sembra un auspicio, una mèta ideale non di poco conto, da non smarrire nel calore e nello slancio a causa del desiderio di caricarla di contributi accessori, emersi da finalità materiali estranee.

Il correggersi del mondo espresso negli obiettivi citati, quasi volesse bloccarsi sui bordi del fiume da attraversare, si rivela, dunque, per l’uso della metafora che racchiude il disegno stesso di invenzione: non spiega, bensì indica. In modo analogo potrebbe riproporsi all’infinito, poiché di transitorio possiede unicamente (si fa per dire…) un’istanza ampia e positiva della metamorfosi di valori – perpetua – del destino umano a venire (sono, appunto, “dell’umana gente/Le magnifiche sorti e progressive” della futura Ginestra). La cifra romantic di Nunzio Buono (“c’era la luna/ora in tasca al giorno/impressa negli occhi di un ricordo”) viaggia sulle orme tracciate da questo coraggio, in guardia dallo sconforto, dalla frenesia ininterrotta di cambiare. Il cammino progredisce in una ricca area semantica fonte di spazi da completare per non annegare, saltando il flusso dell’acqua ignoto, e riparare sulla riva antistante; non sa, né potrebbe (o vorrebbe) svelare un indirizzo ideologico prestabilito o, peggio, ricalcare la sagoma reale del contesto lungo il margine da assumere: è l’Italia unita per Manzoni, è l’orizzonte di là della siepe a Recanati, ordine di cose su cui nessuno dei due ha voluto diffondere enunciati o modelli esplicativi di poetica concreta, in atto.

Nunzio Buono elabora quindi un autentico progetto romantico d’amore, pertinente e attuale nell’”onda lunga” de Il pensiero dominante dedicato a Fanny, la donna fiorentina disperatamente amata con il nome di Aspasia.

Da studente, tentando di ricavare dall’esteso capolavoro un indizio di messaggio consono a fantasia e interiorità dei miei vent’anni, cercavo invano, tra segni e segnali, la parola “amore”. Niente da fare, l’enigma era risolto nel titolo: il “pensiero”, avvisava Mario Fubini, “non è già pensiero intellettuale ma pensiero amoroso, sentimento, come nella tradizione letteraria italiana. Senonché non potrebbe essere sostituito da amore”. “Perché”, si chiedeva persino il filologo Karl Vossler, “è evitata la parola e dissimulata la chiave? Evidentemente di fronte alla novità dell’esperienza essa sarebbe apparsa troppo logora, riferimento a vicende già passate e già esistite avrebbe potuto dare l’impressione di uno sminuimento”.

Tra le strofe concluse con endecasillabi in rima, in una magia arcana, un sentimento seducente e misterioso cattura l’anima e la costringe a un’impietosa frattura con l’esterno, mentre nella simbologia di Buono si dissolve, e dalle “imposte socchiuse” filtra “il riflesso del tempo” che “tarda a venire”: nondimeno, l’alterno esserci e svanire di tale fortissimo impulso e incentivo – in sintonia con l’amore escluso dal lessico leopardiano – non isola dall’ambito della società; piuttosto, rende attenti e coinvolti nel tragitto annunciato. Se nel giusto procedere dei contatti umani è custodita l’unica facoltà di amare, nella sconfitta della solidarietà, nell’ipocrisia, spezzata la “social catena” antagonista di arbitrio e prepotenza, assistiamo inermi al vanificarsi delle passioni. Affetti importanti e legami intimi divengono arma eccellente di attacco-difesa da viltà e qualunquismo, sconfiggendo, allo scopo di difendere il diritto a esprimersi per godere del benessere che spetta“di natura”, paura e solitudine (“nel freddo”), rinvii immotivati (“che tarda a venire”), pur di meritare il traguardo, “sole” necessario a realizzare una degna successione.

In ogni caso, dalla remota Russia attigua al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – connesso a un resoconto di viaggio del barone Mejendorff sul lirismo delle origini – nei primi decenni del secolo appena compiuto, Vladimir Majakovskij, altro testimone illustre a non arrivare a conoscere l’età matura (e valoroso sostenitore dell’epica antica), impugnava una volontà “scagliata oltre l’ultimo limite” contro un domani proibito di felicità: a incarnare un futuro libero da ipocrisia e sofferenza inutile, dirà il formalista Roman Jakobson, per attingere “l’assoluta pienezza dell’essere” e “strappare la gioia ai giorni a venire”. Nei suoi versi si percepisce “un soffio che appena si sente, forse solo con la punta dell’anima” nell’odiata “vita quotidiana senza movimento”, e “lo stagno (…) s’è riempito di fanghiglia e s’è coperto delle erbe palustri della monotonia”. E poi: “Tutto/ciò che in noi/ ha inculcato il passato da schiavi,/tutto/ciò che in uno sciame meschino/s’è calato/e depositato come vita quotidiana/anche nella nostra/schiera di bandiere rosse”.

Il nemico da abbattere, Nunzio, ovvero la nebbia da dissipare per Majakovskij, sempre a parere di Jakobson “è un’immagine universale, e le forze della natura, gli uomini, le sostanze metafisiche non sono che sembianti-maschere episodiche”: il tema del’amore (“irrazionale” perché antitetico a logiche disposte dall’alto) “si vendica crudelmente di chi ha osato dimenticarlo, disperde come una burrasca uomini e cose e mette in secondo piano il resto”. Pari della poesia, in definitiva, l’impeto amoroso si mostra doveroso nell’esistenza e, per mezzo di un messaggio sovvertitore di inganni, aspira a proteggerla, esaltarla.

Spesso tra le suggestioni evocate da Buono avverto un respiro, un sollievo: promuovere l’amore a qualità della coscienza legittima e basilare, per impugnarlo contro ignoranza e superbia, la stimo un’utopia, una consapevolezza valida o vitale per rivolgersi tuttora alla parola, trasmettendo competenza e fiducia, in società salde e in progresso.

In effetti Giacomo Leopardi – nella gioventù degli idilli – non ancora innamorato (almeno nella cronaca), era, però, paladino convinto del ruolo “eroico” assolto dall’etica amorosa (a dispetto di una presunta fisionomia “immateriale”) nei contrasti della collettività: “Non ho mai provato un tal senso… tormentoso… per queste cose”, affermava, “quanto allora ch’io mi sentiva amore… dove mi bisognava rannicchiarmi ogni momento in me stesso, fatto sensibilissimo… a qualunque piccolezza e rozzezza sia di fatti sia di parole, sia morale, sia fisica…”.

Comunque sia, volendo indagare la mancanza di corrispondenza schematica tra il vissuto e il pensiero nella scrittura artistica – status creativo frequentissimo nella grande lirica – ricordo una nota di Bruno Moroncini del 1984 sul filosofo tedesco Walter Benjamin, peraltro quasi compromesso nel microcosmo leopardiano: “Il contenuto reale – lo strato empirico, l’apparenza sensibile dell’opera, determinati temporalmente – non coincide col contenuto di verità – la fiamma vivente. Essi, dice Benjamin, che “erano uniti nella giovinezza dell’opera, si separano nel corso della sua durata, poiché il secondo continua a restare nascosto, mentre il primo viene alla luce”.

Rimaniamo dinanzi a La casa sul fiume, di mattino, ad ascoltare il silenzio che, nell’angoscia, ha infine fatto tacere la cattiveria. Pare di sentire, intanto, “l’energia” del rimorso, celata nella nebbia tra le risposte da dare, passo dopo passo avanzare risoluta. L’impegno a rispettare la natura limite e lontananza, diviene, di colpo, predominante. Lo scorrere dell’acqua e dei versi annulla tristezza e rammarico. I ricordi riposti confortano sulla facoltà tangibile di essere felici e sulla bontà d’animo dell’essere qui e ora. La “voce” del vento tra i rami è veicolo di “buona novella”.

Non so, Nunzio, temo si tratti di un sogno astruso: mi chiedo però da dove mai provenga la forza nostra e tua per rischiare, andando oltre con “la luna in tasca” che, rimpianta, è stata solo lei, sin dagli inizi, a sorvegliare la credibilità di quei sogni. Non so spiegarlo, ma, giunta la sera, combatteremo, sulla sponda insieme occupata, chissà quale altra sorte: sicuramente accadrà di lottare sulle rovine di una battaglia di conquista. Ancora una volta, in terra di poesia.

Cinzia Baldazzi

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