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L ALBERO DELLA VITA (... quella che resta) - sfogliandopoesia.com
 
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L ALBERO DELLA VITA (… quella che resta) — 3 commenti

  1. Da giovanissima – ancora ricordo – chissà perché nutrivo, della natura in generale, un quadro alquanto minaccioso, sempre incombente: l’oscurità della notte, il calore ardente del fuoco, la potenza travolgente delle maree. E per proteggermi “simbolicamente” da un simile contesto, potenzialmente negativo, chiudevo gli occhi per non danneggiarli, mitigavo il buio con una luce sottile, mi mantenevo lontano dal camino per non scottarmi, sedevo sulla spiaggia lontano dalla riva, ad evitare il pericolo di essere risucchiata dalle onde: ero lì, seduta su un asciugamano per non rischiare, semmai, di restare bagnata e infreddolita. Nonostante tutto, con coraggio mi arrampicavo veloce sull’albero della mia vita, che certo non coincideva con l’albero della cuccagna ma, in modo complessivo, permetteva di cercare – dall’alto al basso, da una determinata visuale e da quella opposta – ciò che volevo.
    All’epoca amavo moltissimo una poesia (dal titolo omonimo, appunto, di “Poesia”) composta dal messicano Rubén Bonifaz Nuño (scomparso novantenne due anni fa) poiché nei versi e nelle relative evocazioni trovavo un qualche tipo di giustificazione alla visione del mondo così percepito: <>. Il tutto, leggo dopo, mentre <>. Nulla di meglio, per me, a quei tempi: ciò nonostante, gli occhi, purtroppo, mi rimanevano chiusi persino quando ero assalita dagli sciami delle paure e dei rischi più insidiosi, oppure sprofondavo nell’acqua in tumulto, in balìa degli “alberi” dell’orologio, con le vele preda indiscussa di un vento solitario e continuo.
    Ed eccomi qui, ormai matura, a leggere il tuo “albero della vita”, Adelaide, dove verranno alla luce, sono sicura, nonostante anche tu abbia “gli occhi serrati”, i tempi “dietro l’ onda” che non ti hanno mai travolta: e lo sforzo di mantenere “l’atroce sfrigolio” che arde “in gola”, e “sulle labbra l’ansia” si “tramuta presto in delusione”, riuscirà ancora una volta ad affrontare l’onda successiva mentre “guarda da lontano”. Da molto lontano, veramente, da dove è iniziato tale cammino in salita sull’albero della vita per raggiungerne la cima e da lì scrutare l’orizzonte, finalmente senza preclusioni. Sì, certo, magari riuscissi un giorno a farlo di persona: non più a capo chino, non per paura, ma per non essere colpiti. Allora, come te, più che guardare oltre, tenterei di ottenere una visione limpida di quanto si trova o si è trovato giù, alle radici dell’albero e lungo i rami, nel corso degli anni articolati e allungati, spesso al di fuori del controllo della mia coscienza.
    Tuttavia, quando cercavi quel fondamento per perpetuarlo superandone le fratture (“questa è sanzione / di colpa ignota e arcana”), il corrispondente pensiero, con l’immediata apparizione nella poesia, rivelava – passo dopo passo – il “sintomo”, il segnale di uno spirito nuovo, “moderno”, mai stato prima, al punto che l’onda beffarda, incline a deridere ogni amara delusione, “all’atto di accostarsi” poi indietreggia, bloccando attraverso il suo moto la sanzione: “di colpa ignota e arcana capriccio di natura / umano tradimento”. E ti chiedi: “o indifferenza cruda a sofferenza”? Poi sembri rassegnata e affermi : ”Non c’è risposta”.
    No, Adelaide, lo sai anche tu, la soluzione al quesito (per quanti la vogliano cogliere) la offri integra nei versi. E là dove ricorrono parole quali ”sete”, “sfrigolio che arde”, “ansia”, “delusione”, se da una parte vogliono indicare difficoltà, paura di dover cedere a compromessi dolorosi, dall’altra spalancano la possibilità di un accadimento simbolico alternativo: nei versi, forte, all’improvviso, essa dirompe robusta e invadente, in misura proporzionale alla difficoltà d’accesso sinora maturata. Il “tuo senso” non è costretto ad arrendersi perché, al contrario, non appena lancia l’appello a una scelta poetica suprema, non assoluta (in quanto resta lì immobile “unica la soglia / che è d’accesso”), si fortifica nella proposta di una rinascita della propria ragione, la quale esiste comunque e costringerà ogni volta la voce poetica ad innalzarsi ad essa come ”pianta che cresce sana / al certo e all’evidenza”, questa volta però stabilita all’interno dalla logica specifica del brano.
    Come se la tua intera versificazione si realizzasse in uno spazio – ben riscontrabile – capace di rappresentare l’idealità non ancora raggiunta, non ancora conquistata dalla pace: dove una gamma di possibilità aperte a ventaglio concorrano, ancora, l’una con l’altra a realizzarsi, volendo “rinfrescare”, pur essendo “seduti all’ombra vasta“ di una chioma che folta, densa, vorrebbe proteggere l’assoluto del “tuo senso” dall’isolamento di cui spesso soffre. Lo avverto con precisione: appare attivo, vivo e autentico quel doppio senso della parola (“indifferenza cruda o sofferenza?”) quando procede, non divenendo mai, però, luce totale, per non scolorire di importanza. Ormai l’albero non vorrà più germogliare “al dubbio ogni suo ramo”: non promuoverà, sotto altre spoglie, un canto allusivo, sottomesso, ma correrà veloce dentro l’onda con la magia linguistica dei versi – una volta magico-arcaici, ora nuovi – protetto e moltiplicato dopo aver trovato, finalmente, la sua ”pianta che cresce sana”.
    Grazie, dunque, a nome “dell’albero della vita” di tutte noi, le sole realmente in grado di poter affrontare ogni “capriccio di natura” facendo tacere qualsiasi “umano tradimento”. Come? Ricordate la poesia, citata agli inizi, di Ruben Bonifaz Nuño? In chiusura, per dare luce a senso e ragione, ai valori dell’esistenza sostenuta da un impianto poetico, l’autore messicano chiede aiuto proprio a una donna: <>. La chiusura è veramente tragica: <>. No, tranquilla, Adelaide: i “nostri” uomini non verranno uccisi con un colpo al cuore. Siamo qui pronte a sanare l’arsura della nostra e della loro “sete”: di rivalsa immotivata, di silenzi comodi e complici, di passioni taciute invano.

  2. Quando gli eventi maturano scaturiti dalla fonte dell’intelletto possono trasmettere soavità poetiche e sta in chi genera la facoltà di trasmettere emozioni e sensazioni tali da indurre chi ha facoltà recettive ed analitico culturali saperne descrivere le tonalità e le chiavi interpretative del testo ed in questo la dott.ssa Cinzia Baldazzi nel suo campo sa ben distinguersi!

  3. Cara Adelaide, il “non detto”, in realtà, viaggiava tra i versi agevolato da un linguaggio poetico personalissimo, altamente tecnico-specifico della tua personalità, dove si inseriva, immediatamente, una forma di “rispecchiamento” utopico dell’intera tua esistenza, dell’albero della vita: poetico e biologico, capace – in misura quasi magica – di coinvolgere tutte noi che siamo, o vorremmo essere, come te. Se ti volti un attimo indietro, vedrai, già da tempo eravamo lì con te a stringere la mano, come protesa lungo un braccio a forma di ramo, che tu, di volta in volta, porgevi per accoglierci nel cammino.

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